PENSIERI E FRAMMENTI

FUORI DA CASA IL TEMPO E L'IMMAGINE
…S C O N F I N I…

Alla fine degli anni settanta i luoghi della mia fotografia passano dai paesaggi incontaminati della montagna, soprattutto valtellinese, agli ambienti fuori di casa in una fascia ormai anonima tra il centro città di Lecco e il vecchio nucleo dei paesi di Belledo e Germanedo. E’ un periodo di profonda trasformazione del paesaggio come in altre parti. Le immagini non si spostano da questo spazio in mutamento di mezzo chilometro quadrato. L’occasione di una sintesi scritta mi è stata data dalla pubblicazione di un volume in cui trentanove personaggi creavano un racconto sulla città. Così, in un involucro narrativo, ho steso una storia che, riprendendo appunti passati, foglietti sparsi riproponesse in un intreccio. Il testo è qui selezionato nelle parti specifiche riguardanti appunto la fotografia.
Da Tiziana Nava (a cura), Lecco si racconta…39 storie dalla città, Ibis, Como-Pavia 2012.

Mappa

“…La mia generazione si è persa nei tracciati-campi della terra, poi nelle città. I piedi erano i protagonisti di un universo psichico con scarpe sgualcite, ma anche della festa. Tracce che interpretavano la terra, ma soprattutto occhi-sogno dove essi erano l’ossatura, delle sonde perennemente in movimento. Lo sguardo istintuale di un confine non confine. Così i prati, le vigne dell’infanzia, i percorsi segnati geograficamente da strade che non erano limiti, in quanto l’energia come un sogno non aveva soglie visive. Un quadrilatero di spazi: via Belfiore, via Roccolo, via Tonio da Belledo, Via Turbada, via Risorgimento, via Dell’Eremo. Molto, ma non tutto, doveva succedere lì. Negli anni verso l’adolescenza la città aveva una forza d’attrazione…d’inverno racchiuso nel cappotto come un seme, con ombrelli colorati e scarpe grosse che mi facevano sentire i piedi- sonde protetti. Nel percorso verso il centro emanava un odore liquido delle fabbriche con un suono cadenza conglobante che in estate si dilatava.

Fu così che la mia fotografia, dalla fine degli anni settanta, doveva nutrirsi in quel quadrilatero dell’infanzia il quale si stava mutando nel nulla con l’avanzare di un improvvisato rapporto urbanistico tra città e, in questo caso, il paese di Belledo che stava perdendo i suoi connotati. Poi ci dissero che questi prodotti erano i “ non luoghi”, inventati vent’anni prima già da Pasolini e Antonioni.
…Fu in quella realtà stratificata, segnaletica, artificiale che asfaltava il passato, la mia memoria di piedi e di testa che ebbi a riflettere sulla fotografia in rapporto a un nulla quasi angosciante, soprattutto nei pomeriggi domenicali quando, quello spazio perdeva la sua funzione e si annullava nei suoi segni artificiali, frammentari. Fu proprio l’idea di frammento raccolto, poi riassemblato in camera oscura che mi spinse ad appropriarmi creativamente di una realtà, come un oggetto che non apparteneva più, ma che doveva riportarmi in quegli sconfini del passato attraverso un linguaggio contemporaneo. Analogamente lì venne messa definitivamente in crisi l’immagine unica, mitica, soprattutto perché la nostra percezione non era più tale. Analogamente significava anche scrivere con gli occhi della memoria, quella memoria tattile, olfattiva, uditiva, conglobante, che aveva portato anche i piedi ad essere protagonisti, ma che ormai non esisteva più. Dissolta. Poteva rivivere solo iconicamente come un prodotto artificiale, totalmente, fotograficamente rifatto. E’ così per “L’ultimo cielo”: riprendo un angolo di tra via Roccolo e via Dell’Eremo...una cancellata, lo sfondo di un cortile di condominio in cui giocano dei ragazzi. In camera oscura viene montato un negativo di un cielo su un campo di grano, ripescato in quel ripostiglio dell’immaginario che è l’ archivio, a innestarsi nella griglia dell’inferriata, come un manifesto incollato. Il luogo di quel “poster naturale” non è ben identificato, tutto può essere recuperato in quella nuova non identità. E’ un altrove , una disillusione. Una prima disgiunzione di unità psico-fisica, tra il trovarsi e l’essere. Uno spazio-tempo diverso.

La stessa immagine verrà poi modificata, riutilizzata sempre agli inizi degli anni ottanta, e innestata sui condomini di via Grandi nelle “Situazioni temporali” mediante un assemblaggio di quel grano cielo che sfuma sino a scomparire nel bianco. La dimensione del tempo è segnata così dall’utilizzo diverso della stessa stampa in camera oscura. Su questa ormai ridotta, svanita, quasi totalmente bianca si innesta progressivamente e compare la cancellata di altri edifici. Siamo nei condomini di via Grandi . Un’evasione, un sogno memoria al passato- presente ad affermare che la fotografia non è un attimo, ma un insieme di frammenti…prolungati all’infinito e anch’essa non ha limiti, confini ma… sconfini. E un luogo può essere e non essere.

Concetto questo poi didascalicamente espresso nelle ”Sequenze temporali”. Viti, case, gelsi. In questo caso le ultime vigne di un angolo tra via Polvara, via Turbada. La pianta, ripresa sotto la neve, scompare gradatamente nella sua essenza grafica, nella sua implicita congiunzione del segno arcano, sottile. Immagini seriali, stampate riducendo sempre di più il tempo fotografico e ritrovando lo svanire dell’immagine memoria nell’assenza di luce in sede di stampa. Attaccate sul foglio una dopo l’altra sino alla loro consunzione. E’ un segno che non ha fine. Termina solo quando la nostra percezione non rileva più alcuna traccia , per poi ricominciare dal foglio bianco, mondo. Il risultato è una scrittura zoomorfa, ricorda il serpente nell’atto di attaccare. Anche questo alfabeto è memoria di un ambiente che si concretizza nella sua scomparsa. Solo allora. Ma qui non è una lettura analitica, ma globale e immagnifica.

Ancora via Grandi, quella senza mani, occhi, corpo, che ha mutilato lo sguardo del villaggio di Mino Fiocchi che si affacciava nella natura di via Roccolo. Qui arrivarono i primi bidoni verdi per il vetro, le corriere da verdi e blu divennero bus arancioni e creavano, passando, diverse percezioni visive più artificiali, ma quello che doveva urbanizzare artificialmente quel nulla erano i cartelli pubblicitari e le gigantografie. Il make up era là verso la fine, verso via Belfiore . “Il sogno americano…nuova Renault 5…” su cui innestai in primo piano sotto il sole di luglio il manubrio della vecchia bicicletta di mio padre con i freni a bacchetta e faro gigante. Sembrava posata là come sempre. In realtà lo portava nei primi anni del dopoguerra la mattina alla stazione di Lecco per prendere il treno delle 7,10 per Milano dove c’era il suo sogno: il laboratorio fotolitografico.

Ma su quel paesaggio artificiale di via Grandi dovevo innestare anche la mia bicicletta, la mitica “Gilardina”, a cui misi poi un manubrio più comodo rispetto a quello sport. In fondo era con lei che esplorai i circostanti territori, varcai quei confini, sconfinai. Il manubrio ripreso con grandangolare nella foto e conglobato nell’immagine di una scritta “AUTOVOX” su una distesa molto probabilmente californiana…tutto in via Grandi.

La fotografia era scenografia, teatro, costruzione. Eri in un luogo che non ti apparteneva più e ironicamente ti immedesimavi nella scenografia. Eravamo già nell’esistente. Nella consapevolezza del video e dello strumento.
Furono parallelamente le “Fisionomie libere” a sconfinare in un’altra ricerca, raccogliendo i frammenti fotografici di questo luogo. Angolo di casa,finestre, balcone, persona anziana, ombrello, automobile con faro Maggiolino Wolkswagen in evidenza, qualche decalcomania sul cofano. Fotografia non come documento, ma come riutilizzo dei materiali che ti porti a casa e successivi assemblaggi in camera oscura su uno schema geometrico predefinito di maschere. Alzo e abbasso l’ingranditore , sposto i negativi. Il mezzo fa da sé, molto più intelligente di noi. Basta lasciarsi trasportare come in quella natura in cui eravamo germogliati: dai piedi in su…”

Nel testo si incontrano sotto un cartellone pubblicitario alcuni personaggi dell’infanzia e adolescenza e si accorgono di essere essi stessi immagini, poi ricercano quei luoghi persi.
Il racconto finisce quindi annunciando un nuovo ciclo di fotografie.

“…Solo allora, dopo quel mutamento, incontrammo quei paesaggi ricercati. Vecchie case… fabbriche…capannoni industriali….l’area tra i due ponti. Erano altre immagini che si autogeneravano a fatica, ansimanti in una sostanza gassosa che a volte diventava liquida. Anche loro sconfinate come paesaggi “Dissolti”, ma non perduti perché presenti fisiologicamente nella memoria.
Dovevano poi caratterizzare l’ultima parte della mia fotografia dagli anni duemila”.

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