PENSIERI E FRAMMENTI

VENEZIA BIENNALI

Il lavoro Venezia Biennali, assemblato nel 1987, è una esemplificazione del mio modo di intendere il reportage, interpretato come un post prodotto su materiali precedenti (in questo caso le manifestazioni del ’82 e ‘84). E’ una vicenda mentale mia che non documenta o fornisce informazioni, ma che crea una storia manipolando immagini registrate in tempi diversi.
Dal punto di vista più strettamente linguistico il lavoro che consta di otto immagini a dittico può essere considerato come opera unica oppure smontato, fruito singolarmente in ogni suo elemento… Smontabile…
(Appunti per Rinaldo Prieri in occasione della mostra Fotografia Soggettiva Italiana, Photokina, Colonia 1988.)

INTERFOTOGRAMMI

…Tradizionalmente l’atto dello scatto costituisce l’azione per eccellenza in cui i termini visivi sono il fotogramma. Rimane comunque inespresso ciò che non si è potuto riprendere tra uno scatto e il successivo. Interfotogramma è l’inespresso fotografato, ciò che non si è potuto cogliere consciamente, ma che invece l’emulsione ha registrato. E’ una situazione visuale di cui ci si può appropriare proprio attraverso la staticità, la fissità (quindi linguaggio della fotografia, non del film). Il fotografo se ne appropria, come spesso succede, solo nel momento stesso della stampa (in questo caso attraverso il contatto). (Appunti per Interfotogrammi, febbraio 1989).


Interfotogramma è un progetto di lavoro che nasce da una parte come riflessione sulla stessa espressività della fotografia, dall’altra come estensione dell’azione stessa dello scatto. E’strettamente legato alle Situazioni temporali e alle Sequenze temporali (iniziate nel 1981/82): entrambi i progetti infatti vogliono superare l’immagine unica, assoluta…La nostra percezione visiva…procede come frammento momentaneo tra percepito, ciò che si percepisce, che si percepirà e il percepibile. Fermare il flusso: ecco un’ipotesi! Ma dove è l’immagine? Mi sono chiesto più volte. Qual è l’immagine ?
E così mi capitava spesso fotografando di rendermi conto di non cogliere assolutamente niente. Ma è proprio in questi frangenti che il fotogramma stava perdendo la sua valenza mitica, si stava decontestualizzando: era sempre più interessante poi, analizzando i provini, il non colto. Ecco quindi configurarsi l’idea, l’esigenza di penetrare e utilizzare lo spazio non usato dalla luce, l’interstizio-intercapedine connettivi del negativo e appropriarmi della nuova realtà, sul tavolo di casa, tempo dopo, esaminando i provini stampati a contatto. Era un nascere ancora! Ecco finalmente il non colto, l’indefinito, l’inespresso fotografico di cui paradossalmente l’emulsione si era già appropriata. Bastava uno spostamento di lettura, di fruizione dello spazio, per determinare una realtà diversa, al limite tra dato reale ed immaginario. Una soglia mentale oltre la quale poter vedere. (Appunti per Interfotogrammi, dicembre 1989)


* Thò guarda un po’ la fotografia che nasce da e per l’assenza di luce

* *Ars magna lucis et umbrae (a proposito di camera oscura, Kircher, Amsterdam 1671)


Interfotogramma si ricollega ai collages sul tempo e in particolare a Fotogramma 18A/ 19/19… (1982 Venezia), realizzato sovrapponendo in sede di ripresa parte del negativo riavvolto. Qui esiste infatti il presente, futuro, futuribile, prevale il senso della orizzontalità con la scansione del tempo e il tentativo di far coesistere momenti differenti. Non utilizza però lo spazio intermedio; non è quindi ancora interfotogramma. E’ strutturato infatti attraverso un prima e un poi mentre in interfotogramma i due frammenti sono fruiti contemporaneamente nella visione, anche se sono impressi con un rapporto di antecedenza tra di loro (gli scatti).
E’ avvenuto in sostanza ciò che è accaduto dalle Situazioni temporali alle Sequenze temporali: luogo prima, scalare della luce, luogo poi; la vite scompare progressivamente determinando però una nuova situazione visiva complessiva (Sequenze).
(Appunti per Interfotogrammi, dicembre 1989)


Come il cinema ?
Apparentemente il richiamo è verso il cinema, dove però il movimento viene dalla nostra percezione. E’ fittizio perché non esiste sulla pellicola. Qui si. Caso mai si avvicina a Marey, Muybridge, De Moy Ver, Moholy-Nagy. Lartigue, Giacomelli come senso del movimento, del provvisorio e del frammento.
(Appunti per Interfotogrammi, dicembre 1989)


Molto spesso…
…Molto spesso, pensando al mio lavoro “Interfotogrammi”, mi sono accorto di un’analogia con dei versi di Magrelli : ‘Io non conosco/ quello di cui scrivo, ne scrivo anzi/ proprio perché lo ignoro’… e in un’ altra composizione… ‘La miopia si fa quindi poesia’…* Chiedendomi poi il perché della costanza di certi risultati casuali, questi si rivelavano come ciò che l’occhio non aveva visto, ma l’inconscio desiderato; delineavano una storia sotterranea, una diversa memoria…Quante volte, dopo anni, mi sono impadronito di una situazione di cui non mi ero mai accorto, ma certamente desiderata… …Forse c’è una mente che regola l’inconscio, come il mutare delle cose. Fotografo. Uno scatto dopo l’altro, uno scatto a causa dell’altro. Dov’è l’immagine? Il rettangolo che ha registrato il colto è l’aspetto meno interessante della faccenda: una percentuale impalpabile rispetto al non visto. E’ quell’interstizio nero tra un fotogramma e l’altro, non impressionato dalla luce, che mi interessa sempre di più. La relazionalità tra il visto e l’inafferrato di cui, forse, domani mi approprierò…

(Luigi Erba, Nel ripostiglio dell’immaginarios, Lecco-Como, 1992)


La fotografia
la fotografia
è come una porta semichiusa
che si può aprire…una cicatrice:
una carne che è stata aperta,
che si è rimarginata,
ma si può riaprire

(Mario Giacomelli, Luigi Erba Interfotogramma, Pulcinoelefante, Osnago, settembre 1996)


Pressato tra i due sellini della moto Gilera tra mio padre e mia madre uscivamo la domenica dalla corte di casa circondata da muri e con alle spalle una montagna di dolomia immanente, il Cornello. Verso il lago, sulla Statale 36. Le gallerie erano aperte lateralmente a squarci regolari. Ombre, luci, nero umido, visioni improvvise si succedevano come una pellicola trascinata dal movimento totale del monocilindro della Gilera. Forse era già fotografia. Mio padre si fermava in un preciso anfratto scuro per caricare la sua Plaubel.
(appunti per dall’Interfotogramma al Polifotogramma, 1996)


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